Novena a San Policarpo: 14- 22 febbraio 2026, Izmir
predicata da Sr. Chiara Curzel,
religiosa delle Figlie del Cuore di Gesù, di Trento.
Ha studiato letteratura greca per poi proseguire, da religiosa, nello studio della Teologia e in particolare del pensiero dei Padri della Chiesa.
Insegna Patrologia a Trento e a Roma ed è impegnata anche nella predicazione di ritiri ed esercizi spirituali, sempre con temi legati al pensiero dei Padri dei primi secoli cristiani.
Un particolare legame con la terra trentina viene dal fatto che i primi martiri di quella terra venivano dalla Cappadocia.
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Qui, se sarà possibile… (Martirio di Policarpo 19,3)
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Testo biblico: Eb 12, 1-3
Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.
Testo patristico: Martirio di Policarpo 18,2-19
E così noi, alla fine, dopo aver raccolto le sue ossa di un valore più grande delle pietre preziose e più pure dell’oro, le deponemmo in debito luogo. Qui, se sarà possibile, a noi riuniti nell’esultanza e nella gioia, il Signore concederà di celebrare il giorno anniversario del martirio di Policarpo, a memoria di coloro che hanno lottato e per esercizio e preparazione di coloro che si accingono a lottare.
Questi i fatti riguardanti il beato Policarpo il quale, assieme a coloro che venivano da Filadelfia, fu il dodicesimo a rendere testimonianza in Smirne, il solo che da tutti è maggiormente ricordato, al punto che persino da parte dei pagani in ogni luogo se ne parla. Non solo per essere stato maestro insigne, ma anche martire eccellente; il suo martirio, avvenuto secondo l’evangelo di Cristo, tutti desiderano imitare.
Con la tenacia avendo vinto il principe iniquo e avendo così conseguito la corona dell’immortalità, esultando con gli apostoli e con tutti i giusti, rende gloria a Dio Padre onnipotente e benedice il Signore nostro Gesù Cristo, salvatore delle nostre anime e guida dei nostri corpi e pastore della chiesa cattolica che è nel mondo intero.
Meditazione
Buonasera a tutti e un grande grazie, con riconoscenza ed emozione, per questo invito a vivere insieme la novena al grande martire e padre Policarpo, in questa chiesa, di certo la più importante a lui dedicata e con voi, comunità cristiana di Izmir che si raduna attorno al suo patrono. In questi nove giorni ci accompagneranno alcuni brani tratti dal Nuovo Testamento e dagli scritti su Policarpo e di Policarpo, che sono dei veri tesori della Chiesa per antichità e per ricchezza di contenuto, e grazie ai quali Policarpo, come abbiamo sentito, è ancora conosciuto «in ogni luogo».
Ho deciso di iniziare… dalla fine, cioè leggendo alcuni paragrafi che stanno quasi in conclusione del racconto del Martirio di san Policarpo. Dopo la sua morte e dopo che il suo corpo viene bruciato dal fuoco, le sue ossa, «di valore più grande delle pietre preziose e più pure dell’oro», vengono deposte in un debito luogo. Ed è per questo che siamo qui, perché sicuramente quel luogo è molto vicino a dove ci troviamo noi questa sera, ed è davvero un’emozione sentire che si avvera quello che il martirio scrive: «qui, se sarà possibile, a noi il Signore concederà di celebrare il giorno anniversario della morte di Policarpo». Quest’anno il Signore ha concesso anche a me di essere “qui”, e «la gioia e l’esultanza», come dice il testo, sono per questo grandi. In questa vostra terra hanno vissuto e hanno dato la loro testimonianza molti dei Padri della Chiesa intera, e attraverso i loro scritti e i segni del culto che la storia ha lasciato essi vivono ancora. Non sono reperti del passato, non sono un “sito archeologico” le testimonianze dei martiri, ma sono messaggi autentici, parole vive che ci parlano di quella fede che ci è stata consegnata, generazione dopo generazione, dai lontani primi secoli fino a noi, e che ora anche noi desideriamo consegnare.
Noi cristiani veniamo dunque da lontano, la nostra fede viene da lontano, da Gesù Cristo, «salvatore delle nostre anime e guida dei nostri corpi», abbiamo letto nel Martirio, ma poi il suo messaggio è stato raccolto dagli apostoli e dopo di loro dalla prima generazione che ha ricevuto il loro annuncio, e tra loro Policarpo. Gli apostoli erano 12, e anche le prime comunità da loro formate erano piccole. Anche se a distanza di molti secoli, possiamo perfino contarli. Policarpo, dice il testo, «fu il dodicesimo a rendere testimonianza a Smirne», «assieme a coloro che venivano da Filadelfia». Piccoli numeri, ma grazie alla loro testimonianza coraggiosa quella fiaccola, la luce della fede, è arrivata fino a noi, a voi, a tutti coloro che in ogni parte del mondo pur nella piccolezza, o nella persecuzione, o nell’indifferenza, non fanno spegnere questa fiaccola e la mantengono accesa per consegnarla alle generazioni che seguono. Perché non è mai la piccolezza che spaventa, i nemici della fede sono piuttosto la sfiducia, la paura, la solitudine, la mancanza di speranza.
Questo legame tra passato, presente e futuro, è qui ancora più reale perché fatto non solo delle parole che abbiamo sentito o che possiamo leggere, ma anche di elementi materiali: un luogo fisico prossimo a quello della tomba, delle pietre che attraversano i secoli, e la nostra mano che le tocca, i nostri occhi che le vedono, creando un legame forte, corporeo, con il martire. È il significato delle reliquie, anche di quella che vediamo qui e che appartiene a san Policarpo: non sono oggetti scaramantici, magici, ma un modo in cui la fede vissuta rimane nella storia, donandole continuità e senso. È importante avere un luogo, delle reliquie, che ci mettono in contatto con i santi, perché quel contatto ci dice storia che continua, fede che viene trasmessa, come quando i corridori nella staffetta si passano il testimone; vuol dire casa, protezione che si stende sopra di noi, umanità portatrice di santità che passa per corpi donati, vicende concrete e che arriva alle nostre vite, ai nostri corpi, alle nostre storie.
Questo legame è espresso anche dalla forma in cui ci è arrivato il racconto del martirio, e cioè una lettera che la chiesa di Smirne ha scritto alla chiesa di Filomelio probabilmente poco dopo la morte di Policarpo, per far conoscere a quella comunità ciò che era successo. La forma della lettera ha un prestigio particolare nella chiesa dei primi secoli, basti solo pensare alle lettere di san Paolo e al fatto che la maggior parte degli scritti del Nuovo Testamento hanno la forma di una lettera. Perché la lettera crea comunione diretta, è segno di relazione, di un rapporto personale che viene mantenuto vivo. Nella lettera in cui si racconta il martirio di Policarpo si dice che i cristiani di Filomelio avevano saputo e avevano chiesto informazioni sul vescovo di Smirne, quindi erano interessati ad avere sue notizie perché probabilmente lo conoscevano, si conoscevano tra loro. Abbiamo infatti dei nomi propri; si parla del “nostro fratello Marcione”, che aveva assistito a tutti quegli eventi, ricordandone i particolari, e di Evaristo, che materialmente, di sua mano, ha scritto la lettera e saluta con tutta la sua famiglia e con la comunità che è con lui. Nomi propri, volti conosciuti, come per noi questa sera, che ci conosciamo per nome e ci riconosciamo fratelli e sorelle: le comunità cristiane si ritrovano più vicine attorno alla memoria del martire, fanno del calore della comunità una forza per vivere e trasmettere la fede.
L’invito è poi quello di trasmettere la lettera anche ai fratelli più lontani «perché anch’essi rendano gloria al Signore». Più lontani nella geografia, e questa lettera si è diffusa molto ed è molto conosciuta nell’antichità, ma, perché no, anche più lontani nel tempo e quindi anche noi possiamo sentirci destinatari di essa, coinvolti in questo impegno a conoscerla e a diffonderla nel presente possibile delle nostre realtà, perché ancora “si renda gloria al Signore”.
Da questo trasmettere si crea la Tradizione, attraverso la quale si comunica e cresce la fede. La Tradizione è un fiume, un flusso fatto da una storia di fede vissuta e pregata che ci precede e ci accompagna, ci è consegnata e affidata. La Tradizione ha il duplice compito di fare memoria, conservare fedelmente, eppure nello stesso tempo di attualizzare, di garantire nell’oggi una conservazione che è anche crescita. Ci ha detto papa Benedetto XVI in una delle sue catechesi: «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità. E in questo fiume vivo si realizza sempre di nuovo la parola del Signore, “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)».
I fatti che hanno portato alla morte di Policarpo risalgono al febbraio del 155, secondo altri 156 o 166 o 167… poco importa l’anno preciso, importa che da allora, con catena ininterrotta, questa memoria è arrivata fino a noi e ha generato fede, altra testimonianza, storia, studio, desiderio di imitazione, architettura, liturgia e preghiera, davvero «un fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» e che rende ancora attuale quella promessa di Cristo di essere con noi sempre.
Dunque «qui, se sarà possibile, a noi riuniti nell’esultanza e nella gioia, il Signore concederà di celebrare il giorno anniversario del martirio di Policarpo, a memoria di coloro che hanno lottato e per esercizio e preparazione di coloro che si accingono a lottare». C’è dunque ancora qualche interessante rilievo da fare, a partire da queste parole. La lettera parla infatti di «esultanza e gioia» che caratterizzano la memoria. È vero, quando si parla di martirio si parla di sofferenza, di paura, di morte, ma per il cristiano che sopporta questo per Gesù e con Gesù questo diventa festeggiare la vita, il dies natalis, cioè il giorno della nuova nascita del martire, perché egli è già sicuramente nel regno del Signore Gesù Cristo dal momento che lo ha imitato fino alla fine, ne è diventato vero discepolo, dando la vita per lui, con lui e come lui. Per questo il santo si festeggia nel giorno della morte, ed è bello che il Martirio indichi con precisione questo giorno, il 22 o 23 febbraio, e che dopo tanti secoli noi continuiamo ad essere fedeli a questo giorno preciso.
E questo invito alla gioia e all’esultanza arriva fino a noi, perché viviamo la memoria di san Policarpo con questi sentimenti, pur nelle difficoltà e nelle fatiche che ciascuno si trova a sostenere. Esultanza e gioia non hanno bisogno di grandi dimostrazioni esteriori, di luci e grida: vivono nel profondo, li ritroviamo dentro di noi, e possono convivere con altri sentimenti che, per vari motivi e preoccupazioni, possono abitarci in questi momenti. Ce lo ha ricordato molto bene papa Francesco all’inizio della Esortazione apostolica Evangelii gaudium: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Sì, anche nelle difficoltà, nelle scelte difficili, noi speriamo e sappiamo che «con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia», perché ci libera appunto da quei nemici che il papa ha ben definito: peccato, tristezza, vuoto interiore, isolamento. Nemici che conosciamo fin troppo bene… E nell’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate papa Francesco ricorda a tutti noi che l’invito di Gesù a “rallegrarsi ed esultare”, che conclude le Beatitudini secondo Matteo, è detto proprio «a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto», ci dice il papa, «e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati».
La memoria del martire garantisce allora il legame col passato e con il futuro: riviverne il martirio insieme, come comunità cristiana, è «memoria di coloro che già hanno lottato per la fede», lungo tutti i secoli, ma anche «esercizio e preparazione per coloro che si accingono a lottare», per noi che viviamo e testimoniamo la fede in questo tempo. Il racconto del martirio ci riporta al passato ma dà anche forma al presente: plasma i comportamenti, suggerisce cosa fare nel pericolo, consola e conforta di fronte alla paura della prova e delle prove della vita, offre un modello imitabile, ripetibile nel tempo, ci mette davanti il motivo e la destinazione per cui vivere. Attorno alla tomba del martire la comunità cristiana riunita rivive il suo passato, celebra il suo presente, prepara il suo futuro.
San Policarpo sta dunque in quella “moltitudine di testimoni” di cui parla la lettera agli Ebrei che abbiamo letto all’inizio, una moltitudine che possiamo sentire accanto a noi nel cammino, e che ci aiuta a vivere in pienezza la testimonianza cristiana. È bello che loro, i testimoni-martiri, ci siano di esempio per la loro fedeltà e sequela a Gesù Cristo. Sentendoli vicini dunque, anche noi, per riprendere ancora le parole della Lettera agli Ebrei «corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento».
Siamo qui per aiutarci in questa corsa: per farci aiutare da chi, dal passato, ci dona una spinta verso il futuro, e da chi accanto a noi cerca di correre, dandoci testimonianza di perseveranza. Incoraggiandoci a vicenda, sostenendoci nelle difficoltà, anche per noi questa corsa sarà possibile e condurrà alla mèta.
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Come raccontava i suoi rapporti con Giovanni e con gli altri che avevano visto il Signore… (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica 5,20,5)
Testo biblico At 1, 6-14
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.
Testo patristico Lettera di Ireneo a Florino (Eusebio, Storia Ecclesiastica 5,20,5-8)
Io [Ireneo] ti ho visto [Florino], quando ero ancora un ragazzo, nell’Asia inferiore al seguito di Policarpo, allorquando tu eri famoso alla corte imperiale e ti sforzavi di avere una buona reputazione presso di lui. Ricordo, infatti, gli avvenimenti di allora meglio di quelli accaduti di recente (infatti, le conoscenze che acquisiamo da ragazzi diventano grandi con l’anima, si fanno tutt’uno con essa), così che io sono in grado di dire anche i luoghi dove il beato Policarpo si sedeva a discutere e il suo modo di iniziare e terminare un argomento, il tipo di vita che conduceva, il suo aspetto fisico, le discussioni che teneva davanti alla folla, come raccontava i suoi rapporti con Giovanni e con gli altri che avevano visto il Signore, come ricordava le loro parole e quali erano le cose che aveva udito da loro sul Signore, sui suoi miracoli e sul suo insegnamento e come Policarpo, dopo aver appreso tutto questo dai testimoni oculari della vita del Logos, riferisse ogni cosa conformemente alle Scritture.
Grazie alla misericordia di Dio che è scesa su di me, anche allora io ho ascoltato attentamente queste cose e le ho annotate non su un foglio di papiro, bensì nel mio cuore.
Meditazione
Il testo che ho scelto per oggi è un racconto indiretto che ci parla, in maniera straordinaria e molto efficace, di Policarpo. È una lettera di Ireneo di Lione, discepolo di Policarpo poi traferitosi nelle Gallie (oggi Francia) e diventato vescovo di Lione, tramandataci da Eusebio di Cesarea di Palestina nella sua Storia della Chiesa.
Di Ireneo qui in questa chiesa abbiamo una memoria importante, nella prima cappella entrando a sinistra, e vi invito poi, quando uscirete, a passare da lì per ricordare e onorare questo grande discepolo di Policarpo. Ireneo infatti in questa lettera non solo ci ha lasciato un bel ritratto dello stile e del contenuto dell’insegnamento di Policarpo, ma lo ha fatto con tratti molto umani, che ce lo fanno sentire vicino… Ireneo dice che «le conoscenze che acquisiamo da ragazzi diventano grandi con l’anima facendosi tutt’uno con essa», e tutti abbiamo sperimentato che le esperienze dell’infanzia e della giovinezza rimangono, ci costruiscono… Per lui è stata la frequentazione del maestro Policarpo l’esperienza che è rimasta, che lo ha costruito dentro. E poi è molto bella la considerazione finale in cui dice che le cose vissute non le ha «annotate su un foglio di papiro, ma nel cuore»… possa essere così anche per noi, ciò che viviamo e impariamo della fede rimanga scritto nel cuore, diventando vita, affetto, dando una forma al nostro essere cristiani.
Nella sua Storia della Chiesa Eusebio ci dice che Ireneo ha scritto diverse lettere. Una è indirizzata a un tale Florino, anche lui di Smirne e compagno in giovinezza di Ireneo; sappiamo poi che Florino è diventato presbitero della chiesa di Roma e infine aveva aderito allo gnosticismo, un’eresia molto diffusa nel II e III secolo.
In questo contesto Ireneo cerca di persuadere Florino ad allontanarsi da questa dottrina eretica e lo fa proprio richiamandogli quello che invece aveva imparato come lui a Smirne, da Policarpo, che a sua volta aveva ricevuto la dottrina dagli apostoli, e in particolare da Giovanni.
Quello su cui desidero fermarmi oggi è proprio il legame con gli apostoli, che costituisce il primo anello nella catena di trasmissione della fede. Di questo legame qui in questa città avete un esempio vero e meraviglioso: il rapporto dell’apostolo Giovanni con i suoi discepoli, tra cui Policarpo. Per questo all’inizio abbiamo letto il brano degli Atti degli Apostoli, in cui si ricorda il mandato di Gesù a quei dodici che aveva scelto, nominati ciascuno per nome, e che al momento della sua Ascensione al cielo manda ad annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra. L’apocalisse ci ricorda che su di loro, sulle dodici colonne che portano il nome degli apostoli, è costruita la Gerusalemme nuova, che ci attende.
Conosciamo la tradizione, secondo la quale il messaggio cristiano è arrivato in queste terre attraverso Paolo ma sappiamo anche quanto sia forte il legame con l’apostolo Giovanni che si sarebbe recato già anziano in Asia Minore, soggiornando ad Efeso, e poi scrivendo l’Apocalisse dall’isola di Patmos. Le lettere contenute nell’Apocalisse alla chiesa di Efeso e alla vostra chiesa di Smirne sono la testimonianza del legame tra Giovanni e queste città, che continua nella vostra cattedrale, nella presenza della tomba di Giovanni a Efeso, in tante testimonianze antiche su cui possiamo fondarci con certezza per pensare davvero a Giovanni come primo padre di questa vostra comunità.
Per le prime generazioni cristiane però non deve essere stato per nulla facile. Il messaggio di Gesù, così bello e reso forte dalla sua Risurrezione e dalla presenza dello Spirito santo, ben presto si diffonde ma rischia anche di deformarsi. Viene interpretato secondo culture e convinzioni diverse, e la prima cosa che viene messa in dubbio è proprio l’umanità di Gesù venuto nella carne, come ci testimonia già la Prima lettera di Giovanni. Poi altri metteranno dubbi sulla sua divinità, daranno diverse interpretazioni sul suo rapporto col Padre, sulla sua risurrezione e sulla nostra, sul suo ruolo di salvatore… insomma, nascono quelle che chiamiamo eresie, cioè interpretazioni dei misteri più profondi del cristianesimo che però non ne conservano le verità più importanti e mettono così in pericolo i loro seguaci.
Come fare, a quale criterio appellarsi, come essere sicuri che la dottrina che annunciamo è proprio quella di Gesù, capace di condurci a salvezza? Il criterio più importante è proprio questo: verificare se quella dottrina è trasmessa dagli apostoli e dai successori degli apostoli, cioè i vescovi, che generazione dopo generazione vengono ordinati per una specifica Chiesa con l’impegno di trasmettere e annunciare quello che hanno ricevuto dai predecessori. È dunque importante che in ogni chiesa si ricordi il nome dei vescovi che si sono succeduti, andando indietro fino all’apostolo che ha fondato la chiesa e qui avete la fortuna di poter risalire direttamente, senza bisogno di salti e leggende, fino a Giovanni! E infatti questo legame viene rappresentato qui sopra, negli affreschi del presbiterio, con questa keirotonia, l’imposizione delle mani, da Giovanni a Policarpo, da Policarpo ai suoi discepoli, per mantenere questo rapporto così stretto che è garanzia della dottrina e della fede che viene trasmessa.
Torniamo alla nostra lettera di Ireneo a Florino, in cui Ireneo racconta come e cosa Policarpo insegnava. Bellissimo quello che si dice del rapporto di Policarpo «con Giovanni e gli altri che avevano vissuto con il Signore»: Policarpo ricordava le parole e ciò che aveva udito sul Signore, aveva appreso dai testimoni oculari e riferiva ogni cosa in maniera precisa. Policarpo ascolta, apprende, ricorda e racconta. Questo è il rapporto del discepolo con il maestro, questo è il rapporto della Chiesa nei confronti degli apostoli e delle Scritture, ma anche nei confronti del magistero della Chiesa che accompagna le Scritture con l’insegnamento e la spiegazione. Ascoltare, apprendere, ricordare e raccontare, quattro verbi bellissimi che assicurano che il messaggio degli apostoli su Gesù è conservato con autenticità. Prima di tutto l’ascolto, la fede nasce da ciò che ascoltiamo, il primo comandamento di Dio è: «Ascolta, Israele!». Se ascolto con attenzione allora apprendo, imparo, faccio mio, e quell’insegnamento diventa parte di me, del mio modo di pensare e di essere. E allora poi lo ritrovo nella mia memoria, lo ricordo per raccontarlo, perché diventi anche di altri, perché ciò che è stato importante per me possa diventarlo anche per chi viene dopo di me.
Questo non significa che tutto sia semplice, e le chiese fondate da diversi apostoli si sentivano diverse, a volte in competizione. La tradizione cristiana nasce plurima, gli apostoli sono dodici e poi molti molti altri, e i vangeli stessi sono quattro, a volte non solo diversi ma addirittura divergenti… Ma la diversità, anche l’avere pareri e prospettive diverse non porta necessariamente alla guerra, alla divisione… si può, anzi si deve essere diversi per suonare una sinfonia, bisogna però rimanere uniti ad un’unica musica, dentro l’armonia. E nell’insegnamento della chiesa è proprio il legame con la dottrina degli apostoli, la fedeltà a quello che hanno insegnato, a garantire la sinfonia, la pluralità di voci che danno insieme una visione più completa del messaggio, nella fedeltà all’annuncio originario e dentro i principi fondamentali della fede, per annunciare e vivere lo stesso Gesù Cristo secondo la storia e la cultura personale di ciascuno. Policarpo impara da Giovanni e poi Ireneo impara da Policarpo e porterà il suo insegnamento in piena Europa, a Lione, nella fedeltà a quello che ha imparato.
La comunione tra le chiese cristiane, che nella chiesa cattolica si riuniscono attorno al successore di Pietro come vincolo di comunione, è segno di questa unità che dal collegio apostolico continua, pur sparsa nel mondo.
Anche per noi c’è l’impegno a non perdere questo legame, ad ascoltare, apprendere, ricordare e raccontare ciò che gli apostoli hanno sentito e trasmesso, vigilando sui possibili errori, credendo nella sinfonia della fede, mettendoci ancora, come il giovane Ireneo, ai piedi del maestro Policarpo per ascoltare che cosa gli apostoli raccontano sul loro maestro Gesù Cristo. È anche per noi l’impegno a vivere e testimoniare la fede nel modo che ci è proprio, come abbiamo imparato, eppure sapendo che ci sono altri modi, in una comunione tra prospettive che tra loro si arricchiscono, e diventano altrettanti canali di trasmissione.
Nella professione di fede diciamo di credere la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”, cioè fondata sull’insegnamento degli apostoli. Quando il vescovo Martin in cattedrale si siede su quella sedia sul presbiterio a sinistra, su tre gradini, di legno, non lo fa per essere più in alto di noi, ma perché ci dice che questa comunità diocesana, attraverso il suo servizio episcopale, continua quel legame che è iniziato con l’apostolo Giovanni e a nome della Chiesa può e deve insegnare la giusta dottrina. Che bello. Policarpo ci accompagni perché possiamo sempre rimanere fondati sull’insegnamento degli apostoli.
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Ti esorto a continuare nella tua corsa… (Lettera di Ignazio a Policarpo, 1)
Testo biblico: 2 Timoteo 1,1-8
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te.
Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Testo patristico: Dalla lettera di Ignazio a Policarpo, 1,1-3
Ignazio, detto anche Teoforo, a Policarpo vescovo della chiesa di Smirne, o, meglio, a colui che ha per vescovo Dio Padre e il Signore Gesù Cristo, i più cari saluti.
Accogliendo la tua disposizione d’animo in Dio, fondata come su una roccia incrollabile, lodo grandemente Dio per essere stato considerato degno del tuo volto immacolato: possa io goderne in Dio!
Ti esorto, per la grazia di cui sei stato rivestito, a continuare nella tua corsa e a esortare tutti perché siano salvati. Difendi il tuo ruolo con ogni sollecitudine carnale e spirituale: abbi cura dell’unità, poiché nulla è meglio di essa. Sostieni tutti, come il Signore sostiene anche te; sopporta tutti con amore, come già fai. Prega di continuo; chiedi una saggezza maggiore di quella che hai; veglia con spirito insonne; parla a ciascuno in particolare, come fa Dio; sostieni le infermità di tutti, come un atleta perfetto. Dove c’è più fatica, c’è più guadagno.
Meditazione
Oggi incontriamo un altro personaggio legato a Policarpo in maniera molto stretta, cioè Ignazio vescovo di Antiochia. Ignazio, collocato vescovo di Antiochia di Siria dall’apostolo Pietro, sempre per quel legame con gli apostoli di cui abbiamo parlato ieri, era stato condannato a morte tra il 110 e il 120. Doveva essere portato a Roma, per morire lì, sbranato dai leoni nel circo, e per questo fa un lungo viaggio attraversando tutta la vostra penisola per poi imbarcarsi verso Roma. Durante il suo viaggio Ignazio incontra le varie comunità cristiane soggiornando anche per un periodo qui a Smirne, dove conosce il vescovo Policarpo. Ne abbiamo rappresentata la scena alla vostra sinistra, nella parte alta della navata sopra la sacrestia: vediamo Ignazio in piedi, in catene, circondato dai soldati e Policarpo, più giovane, che lo saluta baciandogli la mano.
Ripreso poi il viaggio, da Troade Ignazio scrive una lettera alla comunità di Smirne e una indirizzata personalmente a Policarpo, nella quale comprendiamo il forte legame che si era stabilito tra loro. È infatti la sola lettera di Ignazio destinata a un singolo individuo e non a una comunità: forse Ignazio voleva fare proprio come Paolo, che aveva scritto a Timoteo quelle belle lettere molto personali di cui abbiamo letto uno stralcio all’inizio, ricche di riferimenti e di esortazioni particolari. Ignazio poi in chiusura raccomanda a Policarpo una cosa molto importante: scegliere qualcuno da mandare ad Antiochia, nella sua città, per portare sue notizie e congratularsi con loro perché si erano rappacificati, e di continuare lui a scrivere alle chiese, mantenendo quei rapporti che Ignazio aveva instaurato.
Spesso Ignazio è rappresentato insieme a Policarpo, come ad esempio anche in un altare laterale della vostra cattedrale. Perché la lettera di Ignazio è la prima testimonianza che abbiamo su Policarpo. Ci parla dell’amicizia tra due vescovi, uno (Ignazio) ospitato in un momento di difficoltà, l’altro (Policarpo) che ospita con generosità e diventa in un certo senso erede della missione di Ignazio. E anche perché le parole con cui Ignazio descrive Policarpo sono davvero belle e forti: il vescovo di Smirne ha un’anima piena di fede, fondata su una roccia incrollabile, ha un volto immacolato e bisogna rendere grazie a Dio per essere stati considerati degni di conoscerlo.
Bellissime sono le parole di Ignazio a Policarpo che abbiamo ascoltato: Ignazio incoraggia Policarpo a “continuare nella corsa”, avendo una buona parola di esortazione per tutti, avendo cura dell’unità, con sopportazione e sostegno, nella preghiera e con saggezza nelle decisioni. Lo esorta a trovare le parole giuste per ciascuno e per tutti, senza differenze, sostenendo la fatica pastorale di consolare, sostenere, supportare una comunità che, allora come forse ancora oggi, provava la difficoltà della testimonianza, della coerenza, del sentirsi minoranza.
Prima di tutto dunque rivolgiamo queste parole di Ignazio al vescovo Martin, successore di Policarpo, perché si senta incoraggiato e sostenuto nel suo compito. Sia rinforzato nel vivere l’amicizia con i suoi confratelli vescovi, elemento molto importante per guidare la chiesa e promuoverne la comunione, e continui a praticare l’ospitalità a favore di molti che bussano a queste porte, magari di passaggio come Ignazio, ma che trovano qui un momento di sosta, di riflessione, di sostegno.
E poi prendiamo le parole di Ignazio come occasione per riflettere sulla prima comunità cristiana, in fondo simile alla nostra di ora, che si trova a vivere la novità del primo annuncio in una cultura e un contesto molto diversi e a volte ostili.
I cristiani antichi avevano la coscienza che aderire alla fede in Cristo comportava qualcosa di diverso dalle altre fedi e credenze che li circondavano. Non si trattava di culti, di riti, di pratiche da compiere, di gesti e parole distintive. Si trattava piuttosto di “rivestirsi di Cristo”, cioè iniziare una vita nuova in Cristo, che coinvolgeva i rapporti familiari, le relazioni sociali, il mestiere che facevano. Mettere in Cristo la propria speranza, appartenere a lui, significava qualcosa di nuovo che andava a toccare i rapporti con la famiglia, poteva portare a dover cambiare lavoro, a perdere il proprio posto nella società, a scontrarsi con alcuni valori che facevano parte della propria cultura. Significava che se avevi un mestiere legato in qualche modo agli idoli lo dovevi abbandonare… non solo il gladiatore, il mago, l’astrologo, l’indovino, ma anche se eri scultore o pittore, attore, maestro dovevi abbandonare la professione perché ti portava a raffigurare o insegnare personaggi legati al culto pagano. Se eri soldato dovevi rifiutarti di uccidere, se eri magistrato dovevi smettere di giurare… e così per tanti altri esempi.
La vita cambia, se sei cristiano, e anche il modo con cui vivi la presenza nella società. C’è un breve trattato molto antico, dei primi secoli cristiani, rivolto a un tale che si chiama Diogneto. Sappiamo che Diogneto era rimasto colpito dalla testimonianza dei cristiani, dall’amore che si volevano tra di loro e dal coraggio nelle persecuzioni. Allora l’autore, che non conosciamo, gli spiega chi sono i cristiani e in che cosa credono. Essi, dice, non si distinguono dagli altri per abbigliamento o abitudini particolari, eppure il loro stile di vita è definito mirabile e paradossale, perché proprio rimanendo nella normalità hanno dei valori diversi che li portano a comportarsi in maniera diversa. Sono pienamente cittadini nella loro città, eppure hanno un’altra cittadinanza, quella celeste, che li fa più liberi da quella terrena ma non li priva di essa. Ogni terra è la loro terra, anche se non sentono di appartenere a nessuna, perché proprio in quanto cristiani l’unica loro appartenenza è a Dio. Non sono disobbedienti e irrispettosi verso le norme del vivere civile, ma l’unica legge assoluta è per loro quella dell’amore, ed è in base a questa legge che il loro comportamento appare strano. Dice il trattato a Diogneto: «Si sposano come tutti e generano figli, ma non li abbandonano. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Si trovano nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi».
Le parole del trattato A Diogneto che abbiamo ascoltato attraversano i secoli e ci restituiscono lo stile cristiano, in particolare quello delle comunità piccole, di minoranza. Esse amano e rispettano il mondo in cui vivono, eppure si ritrovano ad essere anche diversi, rivoluzionari nello stile di vita, uno stile che è appunto caratterizzato dall’amore e dal rispetto per tutti, dal servizio generoso nel luogo in cui si trovano, della coerenza ai valori dell’aiuto reciproco ma anche verso tutti coloro che incontrano. Tertulliano dirà che il segno distintivo del cristiano è: «guardate come si amano!».
La minoranza, la piccolezza, è distintiva delle vostre comunità cristiane, quelle antiche e quelle di oggi. Ve lo ha ricordato anche papa Leone nel novembre scorso: «La logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. … Non temere, piccolo gregge».
Ripercorrere questi testi con voi non è dunque solo un esercizio di memoria sul passato, ma è anche (o forse soprattutto) un buon esercizio di presente e di futuro. Per voi, per comprendere, accettare e assumere sempre di più il vostro ruolo in questa terra, ma molto anche per noi, che veniamo da terre che ancora si dicono cristiane ma che stanno muovendosi a grandi passi verso la situazione di minoranza. Guardare a chi ha vissuto questa situazione, e a chi la vive ora, ci aiuta a spingere il nostro sguardo in avanti, per prepararci con consapevolezza e speranza a quello che stiamo diventando, ad affrontare il presente e costruire il futuro, non da rassegnati ma da testimoni, da missionari.
Siete il nostro passato, ma in parte siete anche il nostro futuro, fatto di testimonianza e di missionarietà, non di abitudini e di tradizioni.
Il rapporto personale tra Paolo e Timoteo, tra Ignazio e Policarpo, fatto di amicizia, di sostegno ed esortazione, ci sprona ad aiutarci a vicenda per vivere la fede, per conoscerla e testimoniarla. In particolare per chi ha delle responsabilità di guida e di insegnamento le loro parole sono incoraggianti e consolanti. Per tutti noi sono un esempio di coraggio e di perseveranza nella testimonianza cristiana, ma anche di collaborazione e di fiducia reciproca.
I nostri santi ci accompagnino nel cammino di cristiani, oggi.
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Insegnò sempre quello che aveva appreso dagli apostoli (Ireneo di Lione, Contro le eresie 3,3,4)
Testo biblico: 1 Cor 15,1-11
Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Testo patristico : Dalla Lettera di Policarpo ai Filippesi 1,1-3
Policarpo e i presbiteri che sono con lui alla chiesa di Dio che vive da straniera a Filippi: sia data in abbondanza misericordia a voi e pace da Dio onnipotente e da Gesù Cristo nostro salvatore.
Ho gioito con voi grandemente nel Signore nostro Gesù Cristo perché avete accolto le fedeli immagini del vero amore e avete accompagnato, come a voi si addiceva, quelli che erano legati con catene degne dei santi, le quali sono i diademi di coloro che sono stati veramente eletti da Dio e dal Signore nostro, e per il fatto che la salda radice della vostra fede, celebrata fin dai tempi antichi, perdura tuttora e dà frutto per il Signore nostro Gesù Cristo: per i nostri peccati egli ha sopportato di giungere alla morte, ma Dio lo ha risuscitato, «liberandolo dalle sofferenze dell’Ade».
«Senza averlo visto», voi credete in lui «con gioia ineffabile e gloriosa», che molti vorrebbero provare, sapendo che «per grazia siete stati salvati» non da opere, ma per volere di Dio per mezzo di Gesù Cristo.
Meditazione
Il brano di oggi è l’inizio della Lettera di Policarpo ai Filippesi, l’unico documento scritto che possediamo di lui. È una lettera piuttosto breve, già definita dagli antichi “chiara e semplice”, ricca di esortazioni e ammonimenti, con tante parole tratte dalla Scrittura, come deve essere l’insegnamento di un vescovo, e al primo posto l’invito al buon comportamento e all’amore fraterno. Uno dei motivi per cui viene scritta è che i Filippesi avevano accolto Ignazio prima che salpasse verso Roma e avevano iniziato anche a raccogliere le sue lettere, per questo avevano chiesto a Policarpo di inviare loro quelle che lui possedeva. Inviandogliele, Policarpo chiede ai Filippesi anche se hanno ulteriori informazioni sulla morte di Ignazio, dato il legame affettivo che legava tutti al martire di Antiochia.
Quello su cui oggi vogliamo concentrarci è la capacità di Policarpo di essere e di presentarsi come maestro nella fede. In questo senso egli è veramente padre di questa Chiesa e della Chiesa intera, perché la paternità è generare alla fede una comunità, è quando da un maestro si impara come interpretare la vita, come leggere la Scrittura, come portare avanti un’esistenza cristiana.
L’avevamo già visto nella Lettera di Ireneo a Florino, domenica: lì Policarpo era proprio descritto nell’atteggiamento di maestro e di padre, proprio nel momento della traditio fidei, cioè della trasmissione della fede ai suoi discepoli. Policarpo è ritenuto “padre” da Ireneo, perché da lui ha imparato la fede e la dottrina, ma nel racconto del suo martirio veniamo a sapere che Policarpo è riconosciuto come padre anche di tutte le comunità cristiane dell’Asia, al punto che ad un certo punto la folla che lo vuole morto grida: «costui è il maestro d’Asia, il padre dei cristiani!».
Questa paternità infatti viene proprio dal fatto che egli insegna le dottrine certe e le testimonia con la vita, facendo nascere alla fede molte persone che lo ascoltano, come in quella predicazione che è rappresentata sul muro dietro di me, alla sinistra.
Potremmo metterci noi, al posto di quelle persone e pensare a cosa il maestro e padre Policarpo ci insegna per la nostra fede e pensare con affetto e preghiera a coloro che per noi sono stati maestri e padri nella fede, trasmettendoci il messaggio del Vangelo.
Policarpo è padre della Chiesa perché è Figlio della chiesa, è poggiato sulla salda roccia della fede ricevuta dagli apostoli, e questa apprende e insegna. Perché si può essere padri solo se si è imparato ad essere figli, se si è fedeli a ciò che si è appreso e ricordato, se non ci si appropria della dottrina e, peggio, delle persone, ma le si conduce, per un tratto, incontro al Signore, camminando sulla strada che prima noi stessi abbiamo percorso, camminando sulla strada che non ci inventiamo noi, ma che abbiamo ricevuto dalla Chiesa e che la Chiesa ci garantisce essere sicura nel suo condurci alla Salvezza e alla Vita.
E la fede non si limita al contenuto dottrinale, ma investe tutta la persona. Infatti Ireneo ci ha raccontato non solo il contenuto della predicazione di Policarpo, ma come si comportava, come viveva, come parlava, come biasimava gli eretici, come sosteneva i vacillanti. La fede non è solo un insieme di contenuti, è la vita che da quei contenuti scaturisce.
Generare alla fede, anche questo è dare vita, è far nascere alla vita. E questo dobbiamo tenerlo ben presente dopo che nel 2025 abbiamo celebrato i 1700 anni dal Concilio di Nicea. Qui da voi è stata l’occasione per avere e sentire vicino papa Leone, e così essere confermati nella fede, sostenuti nella testimonianza, invitati alla riconciliazione da colui che è il successore di Pietro e quindi che garantisce la comunione nella vera fede. In tutta la chiesa è stata l’occasione per prendere in esame le parole e i contesti del Concilio, per discutere su cosa significa “consustanziale” e altri termini difficili, per chiederci cosa significano davvero le parole che diciamo nella professione di fede comune. Ma soprattutto è stata ed è l’occasione per chiederci in quale Dio crediamo, chi è per noi Gesù Cristo, cosa significa essere parte di una chiesa che proclama la stessa fede.
A Nicea per la prima volta il pensiero su Dio ha cercato di entrare nel misterioso rapporto tra Padre e Figlio, utilizzando e cercando di spiegare cosa significa “generazione”, cosa vuol dire che Dio è Padre e Figlio. Entrare nelle relazioni divine è davvero entrare nel mistero, eppure dice una cosa importante alla nostra fede, e cioè che Dio è in sé relazione. Il fatto che il Padre e il Figlio siano diversi eppure uniti è la definizione stessa di Dio. Pensare a Dio non come un essere assoluto, come “essere con”, “essere per”, “essere presso”, è molto bello e ha delle conseguenze importanti per la nostra idea di Dio e quindi il nostro vivere cristiano.
Pensare Dio a partire dal concetto di Padre che genera un Figlio ci porta a ragionare sul fatto che Dio è uscita da sé, è dono, è far-essere l’altro “per amore” e “nell’amore”. Essere auto-sufficiente non è il vertice della perfezione, non è il Dio cristiano, perché il Dio cristiano è amore che si dona e che genera. E noi siamo fatti a immagine e somiglianza di lui, e quindi anche noi siamo chiamati ad uscire da noi stessi per far vivere gli altri e questa è in pienezza la nostra vocazione. Essere Padre è la natura di Dio, e quindi Dio non può far altro che amarci e questa è una notizia che libera e dà speranza. Essere Padre è la natura di Dio e quindi noi non possiamo che essere fratelli e questa è una notizia che è anche un impegno e una missione.
L’elaborazione del credo di Nicea ci ha chiesto anche di riflettere sulla trasmissione della fede. Policarpo ha elogiato i Filippesi per aver mantenuto salda la radice della loro fede, per averla dunque trasmessa in modo corretto e fedele. È una chiamata anche per noi, che sappiamo di dover tradurre nelle parole e nei contesti di oggi i contenuti della fede ma nello stesso tempo di doverla mantenere intatta per poterci sentire uniti nel tempo e nello spazio a tutti gli altri cristiani ed essere fedeli all’annuncio evangelico.
Custodire la fede e la tradizione non vuol dire ripetere: se ripetiamo le formule, come fossero parole magiche, non siamo sicuri di custodire la fede. Quello che ci è chiesto è piuttosto di cercare di capire quelle formule che diciamo per poi interpretare, tradurre, ridire nelle parole di oggi. La tradizione è vivente se cammina, se si confronta, se cerca sempre di farsi comprendere e accogliere, se accetta di dire il mistero in maniera diversa, ma nella comunione e nella fedeltà.
Tornare alle fonti ci consente di avere un terreno solido, che ci sostiene, ci aiuta a camminare insieme – non da soli ma ascoltandosi e cercando un consenso – e insieme camminare cioè non rimanere fermi, bloccati, ma piuttosto prendere l’uno dall’altro la forza e le idee per camminare. Questa è la sinodalità.
Certo, rimane una sfida… come parlare di Dio con le nostre parole e categorie inevitabilmente umane? Come esprimere un mistero che sempre ci supera? Come dare significato a parole come Padre, Figlio e Spirito santo?
Per darci qualche suggerimento…
Sempre esprimere la fede chiede di tornare alle Scritture, possiamo ripartire da ciò che Dio ha voluto comunicarci di sé per avere le parole giuste anche per l’oggi.
Sempre esprimere la fede chiede di rispettare il mistero: quando parliamo di Dio con le nostre parole non possiamo avere pretese, il nostro linguaggio anche quando è illuminato ci porta sulla soglia del mistero, ma dopo siamo anche chiamati alla custodia del silenzio di Dio, che diventa preghiera e adorazione della sua presenza, come faremo tra poco.
Esprimere la fede insieme, con le stesse parole ha comunque una straordinaria forza che unisce e dà forma. Lo abbiamo visto a Nicea a novembre: 28 confessioni cristiane riunite assieme si sono sentite e ritrovate Chiesa, hanno avuto un nuovo slancio per una maggiore comunione e riconciliazione ed essere esempio al mondo che si può e si deve trovare vie di dialogo, di convivenza, di rispetto anche se si è diversi.
Come Policarpo, Ignazio e i Filippesi anche noi siamo chiamati a conoscere la fede che professiamo e a professarla insieme, sentendoci parte di un’unica chiesa. Siamo chiamati a sentire che quella professione è anche un mandato ad essere ciò che professiamo e a testimoniarlo e trasmetterlo agli altri, come popolo di Dio in cammino.
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Pur essendoci fra loro delle divergenze, subito fecero pace (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica 5, 24,16)
Testo biblico Ef 2,13-21
Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.
Testo patristico Lettera di Ireneo a Vittore (Eusebio, Storia Ecclesiastica 5,24,16-18)
Il beato Policarpo soggiornò a Roma al tempo di Aniceto e, pur essendoci fra loro delle piccole divergenze su alcune cose, subito fecero pace e su questo punto non furono più in disaccordo fra loro. Né Aniceto poteva persuadere Policarpo a non osservare quello che aveva sempre osservato assieme a Giovanni discepolo di nostro Signore e gli apostoli con i quali aveva vissuto; né Policarpo persuase Aniceto all’osservanza sostenendo che era tenuto a rispettare le consuetudini dei presbiteri suoi predecessori.
Anche se le cose stavano così, furono in comunione tra loro e nella propria chiesa Aniceto cedette a Policarpo la celebrazione dell’Eucaristia, chiaramente per un senso di riguardo e si separarono l’uno dall’altro in pace e erano in pace, in tutta la chiesa, sia coloro che osservavano il 14 di Nisan, sia coloro che non lo osservavano.
Meditazione
All’inizio di questa Quaresima, abbiamo sentito san Paolo che ci ha chiesto di “lasciarci riconciliare con Dio” e abbiamo sentito che Paolo, e ogni ministro, diventa ambasciatore, messaggero di questa riconciliazione. E come? Annunciandola, certo, e anche vivendola, mostrando che si può vivere da riconciliati e sperimentare quindi il perdono che viene da Dio.
Nella lettura su san Policarpo che abbiamo ascoltato oggi, abbiamo proprio il racconto di un episodio di comunione all’interno della chiesa stessa che vede protagonisti il vescovo di Smirne Policarpo e il vescovo di Roma Aniceto. Siamo nel contesto di un’altra lettera di Ireneo riportata da Eusebio di Cesarea nella Storia della Chiesa; l’altro giorno abbiamo letto quella a Florino, questa volta quella a Vittore.
Sia al tempo di Policarpo che in quello di Ireneo, siamo nel contesto della controversia per la data della Pasqua, che vedeva le comunità dell’Asia, che seguivano la tradizione giovannea, festeggiare la Pasqua il 14 di Nisan, giorno della celebrazione della Pasqua ebraica, mentre le chiese occidentali, e in particolare la chiesa di Roma, celebravano la Pasqua in data mobile, la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Ireneo si era recato da Vittore vescovo di Roma per convincerlo a far prevalere la comunione sulla divisione; Vittore infatti considerava i quartodecimani degli eretici, e prevedeva per loro perfino la scomunica. Ireneo scrive a Vittore perché non recida, non tagli, quelle chiese di Dio che sono legate ad antiche tradizioni anche se diverse da quella romana: la pace, l’unione e la carità sono più importanti delle differenze, persino quando si pensa di avere dalla propria la verità della fede.
Per far questo Ireneo ricorda i predecessori di Vittore, tra cui il vescovo di Roma Aniceto. Non celebrava la Pasqua il 14 di Nisan ma non aveva neppure imposto una data per tutti, mantenendosi in pace e in comunione con i fratelli. Questo è dimostrato raccontando la vicenda di Policarpo e il suo viaggio a Roma, da Aniceto, come abbiamo sentito. Ireneo pone l’accento sulla fraternità e sulla comunione che si stabilisce tra Policarpo e Aniceto e sul rispetto che il vescovo di Roma porta al vescovo di Smirne al punto da cedergli il posto nella presidenza della celebrazione eucaristica. È un gesto di pace e concordia, ma soprattutto di unità nella fede, a conferma che non sono le diversità nel culto o le diverse osservanze liturgiche che possono dividere coloro che credono nello stesso Cristo.
È una testimonianza molto bella, di carità e di comunione, che merita di essere oggi riconsiderata e presa ad esempio.
Le chiese antiche infatti sono anche molto diverse tra loro. Hanno liturgie diverse, formule di fede diverse, canoni disciplinari diversi… al punto che negli ultimi anni si sta facendo strada l’uso di parlare, almeno per i primi 2 secoli, non di cristianesimo, ma di “cristianesimi”, cioè di una pluralità di tradizioni suscitate dall’unico evento Cristo ma diversificate anche notevolmente in molti punti della fede. Ma questo non vuol dire che le varie chiese non si sentissero “sorelle”, unite e chiamate all’unità, desiderose di trovare ciò che unisce più che ciò che divide.
Il più importante fattore di unità era naturalmente il riferimento comune a Gesù salvatore. Potevano esserci differenze nel parlarne o nel descriverlo, ma la fede in Gesù Figlio di Dio venuto sulla terra veramente uomo, morto e risorto per la salvezza di tutti era base comune sufficiente per dirsi tutti cristiani.
Il secondo importante fattore di unità è costituito da un insieme di testi che diventano il Nuovo Testamento cristiano, che si affianca alle Scritture ebraiche dell’Antico testamento. Chi legge e crede nello stesso testo sacro, ha già una base notevole di unità e di condivisione.
Pur diverse e distanti, le chiese antiche sapevano conoscersi, confrontarsi e dialogare, come abbiamo visto da questi due esempi “gemelli” di Ireneo e Vittore, Policarpo e Aniceto. Anche se le diverse chiese avevano una loro autonomia e un loro vescovo, erano e si sentivano unite in un’unica comunione, un unico grande corpo che si nutriva di un unico cibo che era lo stesso per tutti, l’Eucaristia.
C’erano poi anche le cosiddette “lettere di comunione”: quando nella città si cambiava il vescovo, questi doveva inviare la notizia alle chiese principali con cui era appunto “in comunione” e in particolare alla chiesa di Roma. E abbiamo visto quanto le lettere siano state importanti per Ignazio, ad esempio, per fare comunione, per combattere le eresie, per rinsaldare la figura del vescovo. Le lettere servivano anche per discutere le questioni più importanti quando non si poteva incontrarsi di persona, come nel caso dei rapporti tra Cartagine e Roma. Questo metodo di discutere per cercare la comunione è stato poi quello dei Concili, per trovare assieme, nel dialogo e nel confronto, una soluzione alle questioni più dibattute.
E infine forte elemento di unità è anche il martirio. Si muore per Cristo in tutto l’impero, muore Policarpo a Smirne, Ignazio a Roma, Perpetua e Felicita a Cartagine, un gruppo di martiri a Lione… tutti muoiono per l’unico Cristo, tutti appartengono all’unica chiesa. E i cristiani delle varie città cominciano a mandare le lettere per raccontare il martirio, a fare pellegrinaggi e a richiedere reliquie: avere la reliquia di un santo significa assicurarsi la sua protezione e sentirsi uniti alla chiesa a cui apparteneva, nel nome dell’unica sequela radicale di Cristo.
Un’ultima pista che unisce è quella della carità. Soprattutto Agostino riconoscerà nella carità la più grande testimonianza della vita cristiana. Alla fine è la carità che unisce e chi rompe l’unità sbaglia sempre perché va contro la carità. È la carità che unisce anche perché quando i cristiani si trovano a soffrire, lavorare, costruire insieme si ritrovano anche più uniti.
Belle piste che l’antichità ci offre per camminare verso la pace e l’unità, che sono dono di Cristo, ma sono anche pienamente nelle mani di chi le desidera e le costruisce. Tutto procede da Dio, ma senza la nostra volontà di accogliere e aderire al dono, tutto rischia di fermarsi e di non trovare realizzazione.
Ecco dunque dei sentieri da percorrere, che si pongono dinanzi a noi in questo inizio di Quaresima: riscoprirci uniti nell’unica fede in Cristo morto e risorto; tornare alla Scrittura, al suo nucleo centrale, a studiarla assieme; costruire la comunione nel dialogo, nel confronto, nello scambio, nella fatica e nella gioia di parlarsi e considerarsi fratelli; riconoscere come fattore di unità l’offerta della vita di chi si è speso per Cristo fino alla fine; partire sempre dall’amore, avere come obiettivo sempre l’amore, il bene dell’altro.
C’è tanto cammino da fare, ma Policarpo e Aniceto ci stanno davanti per incoraggiarci e darci l’esempio.
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Memori di quello che il Signore disse (Lettera di Ignazio a Policarpo 2,3)
Testo biblico : Rm 10, 14-18
Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!
Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato? Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro: Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole.
Testo patristico: Lettera di Policarpo ai Filippesi 2,1-3
Pertanto, «cinti i vostri fianchi», servite Dio con timore e verità, lasciando da parte le parole inutili e l’errore dei più, credendo in chi «ha risuscitato» il Signore Gesù Cristo «dai morti e gli ha dato gloria» e un trono alla sua destra. A lui è stata sottomessa ogni cosa in cielo e in terra, di lui è servo ogni alito, lui viene «giudice dei vivi e dei morti», del suo sangue Dio chiederà conto a coloro che non gli obbediscono.
Colui che lo ha risuscitato dai morti «risusciterà anche noi», se facciamo la sua volontà, camminiamo nei suoi comandamenti e amiamo ciò che Egli ha amato, allontanandoci da ogni ingiustizia, avarizia, avidità, mormorazione, falsa testimonianza, «senza rendere male per male o offesa per offesa», o pugno per pugno o maledizione per maledizione; memori invece di ciò che il Signore ci ha insegnato: non giudicate per non essere giudicati; siate misericordiosi perché vi sia usata misericordia; perdonate e sarete perdonati; con la misericordia con cui misurerete, sarete misurati. E beati i poveri e i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno di Dio.
Meditazione
Il brano della lettera di Policarpo ai Filippesi che abbiamo letto oggi è caratterizzato da continue citazioni della Scrittura, prese dai Vangeli e dalle lettere di Paolo. Policarpo costruisce il suo discorso ricamando assieme frasi tratte da libri diversi, preferendo rivolgersi ai Filippesi con la Parola di Dio piuttosto che con la propria parola. Annunciare Cristo, ne è consapevole, è annunciare la Sua parola, non la propria.
È così per tutti gli scritti patristici: essi sono in fondo spiegazioni della Scrittura, e il testo sacro diventa il contenuto delle esortazioni e delle catechesi, la norma del vivere, le parole della preghiera. I Padri hanno dato vita alla Tradizione proprio perché hanno dato la prima risposta consapevole alla Sacra Scrittura, pensandola non tanto come una teoria astratta, ma come quell’alimento quotidiano che plasma l’esistenza, dà forma all’esperienza, diventa vita.
Guardare ai primi secoli cristiani, tornare alle fonti, ci porta indubbiamente ad accorgerci che al centro della vita e della crescita dei primi cristiani c’era la Bibbia, la Scrittura. È la Scrittura che dà vita e genera la pratica cristiana. A chi si avvicina a questa nuova religione che è il cristianesimo, i Padri raccontano la storia della salvezza: la creazione, il viaggio di Abramo nostro padre nella fede, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, le vicende dei re e dei profeti, e poi naturalmente Gesù, la sua predicazione, i suoi miracoli, la sua morte e risurrezione, e ancora le vicende della prima Chiesa. Perché lì, dice Agostino, in quei racconti sacri, è testimoniato l’amore di Dio che si fa storia e continua nella storia di ciascuno di noi. Il nuovo arrivato può sentire che questo amore accompagna un popolo ma arriva poi fino ad essere l’amore di un Padre che dona il Figlio e così il nuovo arrivato può «ascoltando credere, credendo sperare, sperando amare».
Dai Padri impariamo dunque che la Scrittura va prima di tutto ascoltata e accolta. La fede cristiana non è conoscenza, è relazione, esperienza. Non è trasmissione di misteri, ma comunicazione di una nuova vita. Ma per ricevere questa vita, per poter vivere in Cristo e come lui dobbiamo sentirne parlare, ascoltarlo, comprendere il suo amore, e questo ha nelle parole della Scrittura un canale privilegiato. Per questo un grande amante e traduttore della Scrittura, quale è stato san Girolamo, ha detto che ignorare la Scrittura è ignorare Cristo.
L’ascolto sembra un atteggiamento passivo, ma è invece fondamentale ed è il primo passo necessario per conoscere, per imparare. Quanto ascoltiamo la Parola di Dio? Ci ricordiamo, al termine delle celebrazioni, quale Parola è stata proclamata? Leggiamo, anche da soli, qualche pagina della Scrittura?
La Parola ci chiede un ascolto attento, umile, intelligente, costante, devoto, fiducioso, perché il Signore stesso ci ha detto che come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra e fatta germogliare, così nessuna delle sue parole viene senza portare frutto. Ascoltiamo con attenzione come chi desidera apprendere, capire; ascoltare è un cammino, perché la Parola sempre ci precede, sempre ci attrae, sempre ci conduce, sempre ci porta più lontano. Chiediamo, bussiamo, cerchiamo la Parola che viene dalla bocca del Signore ed è luce nel cammino, è acqua per poter camminare nei nostri deserti quotidiani.
Dai Padri impariamo che la Scrittura va studiata, perché è difficile, perché va compresa per poter poi condurre altri nella sua conoscenza, per poterla annunciare. Essa è «il primo dei nostri beni», dice Gregorio di Nazianzo, e quindi merita che usiamo tempo e impegno per conoscerla meglio e per entrare nel suo significato, facendoci anche aiutare da chi forse già ha potuto comprenderla meglio. I Padri parlano della Scrittura come di un pozzo, dove si deve fare la fatica di attingere, per andare nel profondo, ma dove è possibile avere acqua sempre fresca, sempre più fresca quanto più si va in profondità.
Leggere la Scrittura è poi un’esperienza religiosa, da fare con fede, nella preghiera, perché ci porti a credere ancora di più e ancora meglio. Solo così diventerà anche un incontro, una visione del volto di Dio come ha voluto comunicarcelo, un dialogo tra la nostra preghiera e le parole del testo ispirato, e questo dialogo dà respiro e luce alla nostra vita.
L’amore per la Parola di Dio nei Padri va poi di pari passo con l’amore per la propria gente. Essi, come Policarpo, Ignazio, Ireneo, sono pastori e quindi il loro desiderio è quello di annunciare, di farsi comprendere, di poter parlare della fede che ha cambiato loro la vita. Sentono l’esigenza di farsi capire e quindi sono molto attenti a come parlano, a cosa dicono, a come si preparano. Agostino, che di mestiere faceva il retore, cioè colui che prepara i discorsi, si chiede perché chi parla di cose false o superficiali lo fa in modo conciso, chiaro, credibile, che attrae, mentre chi predica la verità non è così efficace e spesso crea solo noia e desiderio di scappare…
Una bella provocazione anche per noi per prepararci bene quando parliamo di Dio, quando spieghiamo e raccontiamo ciò che la Scrittura dice di lui.
Amore per la Scrittura, conoscenza della Scrittura, passione, studio, preghiera, annuncio, tutto questo è al cuore stesso della vita cristiana e i credenti dei primi secoli sono dei maestri in questo.
Ci fa sempre molto bene riflettere su questo, perché è nell’ascolto della Parola che la comunità si forma, è nell’annuncio della Parola che una comunità può crescere, è attorno alla Parola di Dio che una comunità non invecchia. Cristo ancora affascina e attrae perché parla nell’intimo del cuore ma anche perché il suo volto emerge forte e bello dalle pagine del Vangelo, bello perché dona, perché ama, perché nulla risparmia di sé fino a dare tutta la sua vita e riceverla nuova dal Padre nella risurrezione.
Non so qui da voi, ma da noi posso dire che forse c’è ancora troppo poca Parola di Dio nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, e troppo pochi strumenti per comprenderla. Rimettere al centro la conoscenza e l’annuncio della Parola diventa primario per le nostre comunità… ma per farlo abbiamo bisogno di molti “scavatori di pozzi”, che aiutino ad arrivare in profondità chi ha meno forza, che sappiano mostrare che al di là della durezza e della difficoltà di certi passi c’è una lettera d’amore che ci attende e ci trascina.
In queste sere abbiamo la grazia di poterci radunare attorno all’Eucaristia, di poterla adorare assieme, di ricevere la benedizione eucaristica. È un grande incoraggiamento nel nostro cammino, come anche la grazia di poter partecipare, quando possibile, alla santa Messa e poterci nutrire del corpo di Cristo. Sappiamo però che in molti casi e per molti motivi non sempre è possibile avere una Messa. Non dimentichiamoci però che c’è la Parola, che anche lì Dio è presente in modo particolare. Essa rimane per tutti, e tutti chiama a conoscerla e approfondirla, in maniera personale e comunitaria.
Abbiamo appena cominciato la Quaresima: per le prime comunità cristiane il cammino quaresimale era segnato da una conoscenza progressiva della Parola, spiegata dai loro vescovi, perché potessero davvero professare sinceramente la fede e accompagnare coloro che ricevevano i sacramenti nella notte di Pasqua.
E la Quaresima è anche tempo di abbondanza della Parola: nella liturgia quotidiana, nelle catechesi, nelle tante occasioni di preghiera. La parola che entra dalle nostre orecchie è “cibo” che ci alimenta, che costituisce le fibre di ciò che siamo e pensiamo. La Parola di Dio ci aiuta nel combattimento quotidiano, è arma contro i pensieri cattivi e i pensieri inutili. La Parola di Dio purifica la vita, è luce ai passi, è strumento che aiuta a scegliere e discernere i pensieri del cuore. La Parola è un dono che ci viene incontro e ci guida; è ciò che dà significato agli eventi che ci succedono, perché ci consente di interpretarli, di accettarli, di viverli e starci dentro da persone credenti e consapevoli, che si affidano all’amore di Dio anche quando non comprendono come si manifesta. La Parola è il vocabolario della nostra vita, quello che ci consente di capirne i significati e di esprimere ciò per cui viviamo.
Policarpo e i Padri dei primi secoli, che facevano della Parola di Dio il materiale di costruzione di ogni loro discorso, per imparare a pensare e parlare come il loro Signore, ci possono aiutare ad amare, studiare, ascoltare, modellare la nostra vita sulla Parola, perché essa ci è donata, ci arriva passando di mano in mano, di bocca in bocca, lungo le generazioni che ci hanno preceduto, ed è consegnata nelle nostre mani e alla nostra bocca perché la prendiamo, la conosciamo, la realizziamo e la trasmettiamo.
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Li pregò perché gli concedessero del tempo per pregare (Martirio di Policarpo 7,2)
Testo biblico Ef 6,13-20
Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare.
Testo patristico: Dal Martirio di Policarpo 7,1-8,1
Avendo con loro il servo, di venerdì, intorno all’ora di cena, guardie e cavalieri uscirono con le loro armi ordinarie come se si precipitassero contro un ladrone. E, sopraggiunti a tarda ora, lo trovarono che giaceva in una piccola camera al piano superiore; da lì era possibile allontanarsi verso un altro podere, ma non volle ed esclamò: «Sia fatta la volontà di Dio».
Avendo dunque sentito che quelli erano vicini, dopo essere sceso, si mise a conversare con loro, mentre i presenti si meravigliavano della sua età e del suo controllo e che tanto zelo occorresse per arrestare un uomo così anziano. Subito quindi Policarpo ordinò che in quell’ora fosse loro offerto da mangiare e da bere, quanto ne avessero voluto, ma li pregò affinché gli concedessero del tempo per pregare liberamente.
Poiché glielo concessero, in piedi pregò, pieno a tal punto della grazia di Dio che per due ore non gli fu possibile tacere e si sbigottirono coloro che lo ascoltavano, mentre molti si pentirono per essere venuti contro un anziano così devoto.
Dopo che ebbe terminato di pregare, ricordando tutti coloro che un tempo erano stati in rapporto con lui, piccoli e grandi, noti e sconosciuti, e tutta la chiesa cattolica dell’ecumene, giunta l’ora di andare, fattolo sedere su un asino, lo condussero in città nel giorno del grande sabato.
Meditazione
In queste ultime tre sere riprendiamo in mano il martirio di Policarpo, da cui siamo partiti. Il brano di questa sera viene dal capitolo 7 e ci racconta l’arresto di Policarpo, e in particolare la preghiera prolungata (due ore!) nella quale egli prega per tutte le persone che aveva conosciuto e per la chiesa intera, come se davvero in quel tempo con Dio fosse contenuta tutta la sua vita. Il momento è probabilmente rappresentato nell’affresco della navata alla mia destra, con Policarpo che prega, i soldati che attendono, la gente che lo circonda ed è dunque presente attorno a lui e nei suoi pensieri che si elevano a Dio.
Nel racconto del martirio ci sarà poi un secondo momento di preghiera, quando Policarpo è già davanti al rogo, ma riprenderemo quelle parole l’ultimo giorno della nostra novena.
Policarpo era in preghiera prima dell’arresto ed ora che sono venuti a prenderlo chiede ancora tempo per pregare. È un’insistenza che colpisce il lettore, come aveva colpito anche quelli che erano andati ad arrestarlo, tanto da portare al pentimento molti di loro. Dunque quella preghiera è già efficace, perché già converte i presenti.
La preghiera di Policarpo ha una caratteristica molto bella: è “ospitale”, cioè potremmo dire che ha le “porte aperte” per accogliere tutti. Il vescovo non prega per sé, per salvarsi, per sopportare il dolore, e neppure per avere la forza per perdonare e per morire, ma prega invece per tutti coloro che aveva conosciuto e per la chiesa intera; è una preghiera universale dove c’è spazio per tutti e ogni volto, ogni storia, vengono presentati al Signore. È dunque la preghiera propria del presbitero e del vescovo che sono ministri di Dio per il bene di tutti, pregano ogni giorno a nome di tutti, sono i pastori che conoscono e guidano ogni pecora del loro gregge. Non dimentichiamo infatti che una dimensione cruciale della preghiera è l’intercessione: per ogni cristiano, ma in particolar modo per i presbiteri e i vescovi. In essa ci si fa carico delle gioie e dei dolori dell’intera comunità, presentandoli con fiducia al Signore. La preghiera diviene così un luogo “ospitale” per i tanti volti e le tante storie che si affidano alla nostra cura, un “andare e tornare” incessante tra il cuore di Dio e il cuore degli uomini.
Nella sua preghiera, Policarpo si preoccupa, prima che della propria sorte, del bene dei suoi fratelli e della chiesa tutta. Fa ricordo, anamnesi davanti a Dio del prossimo incontrato durante la sua vita, del tempo vissuto, dei volti incrociati. Finora li ha guidati lui, ora li affida al Padre e si incammina verso la morte.
I Padri riflettono molto sulla preghiera, ci sono interi trattati su di essa e in particolare sulla preghiera del Padre Nostro. Perché la preghiera, intesa come relazione con Dio, caratterizza quel nuovo modo di vivere la fede che è il cristianesimo, nel quale ci si scopre ogni giorno figli di un Padre da ascoltare e a cui parlare, in una relazione che cresce e fa crescere.
Lo capiamo anche da una testimonianza questa volta non letteraria, ma iconografica, fatta di immagini: nelle catacombe, luogo della sepoltura dei cristiani, dove si “riposa” in attesa della resurrezione, troviamo infatti spesso l’immagine di un uomo o una donna in piedi, con le mani alzate, e viene chiamata la figura dell’orante. Questa rappresentazione, posta proprio in un luogo importante come il cimitero, ci dice cosa pensano i cristiani dell’uomo, di Dio, della vita, della salvezza.
Come l’orante, l’uomo per il cristiano è creatura che sta di fronte al suo Dio in piedi, perché quella è la posizione del figlio, non del servo; è una posizione che significa dignità e onore. Anche nel racconto di Policarpo abbiamo sentito che egli pregava “in piedi” (anche se qui è rappresentato in ginocchio), perché è la posizione di chi sa di essere ascoltato, considerato, amato. In piedi, perché da figli si sta in piedi di fronte al padre, attenti e disponibili alla sua voce, ma nella piena dignità di chi non si nasconde né si umilia. Per questo sempre, quando preghiamo il “padre nostro”, lo facciamo in piedi.
L’orante ha poi le braccia e lo sguardo rivolti verso l’alto. Ha le mani alzate e allargate, in atto di lode e di offerta, perché è già certo che il suo dono è stato accolto, e attende la salvezza di Dio, che è per lui sicura. Spesso in questo modo vengono rappresentati nelle catacombe anche personaggi importanti dell’Antico Testamento: hanno le mani alzate, segno di salvezza attesa e sicura, i tre fanciulli che Nabucodonosor fa gettare nella fornace ardente perché non hanno adorato la statua d’oro del re, ma che ne escono protetti e non toccati neppure dal fumo. Ha le mani alzate Susanna, che nel Libro di Daniele viene accusata ingiustamente di infedeltà, ma poi viene salvata dalla testimonianza di Daniele; ha le mani alzate Daniele stesso, che viene gettato nella fossa dei leoni che però non lo toccano. È la fede di chi sa di essere salvato, la fede che viene espressa nel cimitero perché il cristiano sa che il defunto non rimane nella morsa della morte, ma è già certo della salvezza.
Il battesimo, e spesso il martirio, vissuti nella fede e nella preghiera, sono per i primi cristiani quei mezzi che conducono alla salvezza. Per questo la preghiera è prima di tutto un atteggiamento che ritrae e riassume il vero essere dell’uomo: rivolto verso l’alto, verso il suo Dio dalle cui mani viene e nelle cui mani affida la sua vita.
Ma è particolarmente bello che i cristiani antichi non solo riflettano sulla preghiera, scrivano sugli atteggiamenti della preghiera e sulla teoria della preghiera, ma, come avviene nei nostri testi su Policarpo, preghino e ci tramandino le loro preghiere! Sarà così anche in molti altri casi, alla fine della Lettera di Clemente ai Corinzi, nelle antiche anafore e inni, o più avanti, nella Vita di Macrina o in altri importanti testi. Perché la preghiera è vera se è vita, se risponde alle paure e ai desideri della vita, se mette Dio nelle preoccupazioni e nelle vicende della vita, se lascia che la vita sia guardata e giudicata dallo sguardo di Dio su di essa.
Ancora un aspetto: la preghiera del cristiano è personale, ma è anche comunitaria, perché dire Padre nostro è un atto doppiamente significativo: dice che Dio è Padre ma dice anche che noi siamo fratelli e dirlo insieme ci fa sentire famiglia e nello stesso tempo ci rende famiglia. Pregare insieme è una grande risorsa, è forza per la testimonianza, moltiplica l’efficacia, è la preghiera del popolo di Dio al suo Signore. Su questa preghiera, scandita nelle ore del giorno e comunitaria, si formeranno i monasteri antichi, luoghi di comunione, di meditazione e di preghiera e proprio per questo laboratori di discernimento e di fraternità.
Potrebbe farci bene riflettere sull’importanza della preghiera e del pregare insieme nelle nostre comunità, come stiamo facendo questi giorni. È importante riservare un po’ di tempo alla preghiera personale, dove il mio cuore si incontra col cuore di Dio, ma è essenziale anche ritrovarsi assieme per pregare assieme, sentire le voci che si uniscono e si mescolano e salgono insieme verso il Signore, nella preghiera e nel canto.
Ci sono le preghiere delle Lodi e dei Vespri che la Chiesa ci consegna, e che sono una bella forma di preghiera comunitaria perché ci uniscono alla chiesa universale, ci aiutano ad unirci alla voce di tutta la chiesa. E la preghiera comune va curata, preparata, diventa luogo accogliente per chi vi partecipa ed è aiutato a crescere nello stesso tempo nel suo rapporto “verticale”, di amicizia con Dio Padre attraverso suo figlio Gesù, e “orizzontale”, perché pregare assieme è forza che costruisce la comunione.
E non dimentichiamoci mai che quando i Padri scrivono – un’omelia, un trattato, una catechesi, qualunque cosa – terminano sempre con una dossologia, cioè con la lode a Dio. Impariamo anche noi… perché ogni cosa che diciamo e facciamo possa essere segno del suo amore.
A Lui onore e gloria nei secoli. Amen.
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Sono cristiano (Martirio di Policarpo 10,1)
Testo biblico: Ap 12, 10-12a
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte.
Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli e voi che abitate in essi.
Testo patristico: Dal Martirio di Policarpo 9,2-10,1
Il proconsole dunque a lui, che era stato portato al suo cospetto, domandò se fosse Policarpo. Avendone avuto conferma, lo persuadeva ad abiurare dicendo: «Abbi riguardo della tua età» e altre cose simili a queste, essendo soliti dire anche «Giura sulla fortuna di Cesare, pentiti dicendo: “A morte gli atei”». Policarpo, guardando con volto severo verso tutta la folla degli empi pagani che era nello stadio e alzata verso di loro la mano, sospirando e volgendo gli occhi al cielo disse: «A morte gli atei».
Mentre il proconsole insisteva e diceva: «Giura e ti libero, maledici il Cristo», Policarpo rispose: «Da 86 anni lo servo e in niente mi ha fatto torto; come dunque posso bestemmiare il mio re che mi ha salvato?».
Poiché lo stesso proconsole insisteva di nuovo e diceva: «Giura sulla fortuna di Cesare», Policarpo rispose: «Se ti illudi che io giurerò sulla fortuna di Cesare – come dici tu – e fingi di ignorare me, chi io sia, ascolta con chiarezza: sono cristiano. Se vuoi imparare la dottrina del cristianesimo, concedi un giorno e ascolta».
Meditazione
Abbiamo letto oggi uno dei brani più conosciuti e commoventi del martirio di Policarpo. Siamo ormai alla fine, e il proconsole tenta di risparmiare la vita dell’anziano vescovo cercando di convincerlo a rinnegare la sua fede, per avere in cambio salva la vita. Policarpo è sereno e deciso, i suoi 86 anni sono piuttosto un motivo in più per non tradire Cristo, il suo re, che sempre gli è stato vicino donandogli amore e salvezza.
A questo punto Policarpo dà di sé una nuova definizione, presentandosi così: «ascolta con chiarezza chi io sia, sono cristiano». Questa breve affermazione: “sono cristiano”, raccoglie tutta la sua identità, la sua forza, la sua convinzione e la sua scelta per la Vita, anche se proprio essa lo porta ad essere condannato alla morte sul rogo.
È interessante che secondo gli studiosi dei primi secoli cristiani questo sia il primo scritto nel quale si adopera la parola “martire” nel senso a noi abituale, cioè come un uomo o una donna che vengono uccisi per la loro testimonianza a Gesù Cristo e in odio alla fede cristiana. Il termine “martire” viene dalla lingua greca e significa inizialmente soltanto “testimone”. Quando però questa testimonianza pubblica di fede ha come conseguenza la morte violenta, allora il termine assume il significato che noi conosciamo. Si tratta di un cambiamento importante: “sono cristiano” fa del testimone un martire, perché la professione di fede porta con sé la sofferenza e spesso la morte.
Questo nuovo significato del termine “martire” fa sì che l’esperienza del cristiano, soprattutto quando si conclude con una morte coraggiosa e dolorosa, venga avvicinata e spesso sovrapposta a quella di Cristo stesso. Nei racconti di martirio, i protagonisti vengono descritti come dei veri imitatori di Cristo. Vi invito a leggere tutto il racconto del martirio di Policarpo e troverete molti particolari che lo avvicinano alla passione di Gesù: l’orto in cui prega, la predizione della morte, il tradimento dei suoi, il nome dell’irenarca, cioè Erode, l’arresto di notte, l’accettazione della volontà di Dio, l’asino su cui sale, il periodo pasquale in cui la morte avviene, il colpo finale del soldato con la spada, l’attenzione perché il corpo non venga trafugato. Tanti particolari che vogliono rappresentare il martire, e con lui più in generale il cristiano, come colui che segue le orme di Cristo suo signore, dando la vita per testimoniarlo al mondo.
Riflettere sul martirio significa dunque fare i conti con il peso e le conseguenze possibili della testimonianza; con la bellezza, l’orgoglio ma anche le difficoltà dell’appartenere a Cristo, attraverso il Battesimo e per qualcuno anche la consacrazione religiosa e l’ordinazione presbiterale o episcopale.
Il cristiano non cerca il martirio, sa che il Signore vuole sempre la vita, il rispetto dell’altro, il bene per tutti. E il pericolo mette paura, è stato così anche per Gesù. Il cristiano sa che il valore più alto non è il sacrificio ma è l’amore, è il dono di sé, ed è chiamato a cercare e scegliere le strade migliori che, in ogni circostanza, gli consentono di amare di più e meglio.
Sa però anche che questo può portare ad essere rifiutati, a prendere posizioni scomode, controcorrente; può portare ad essere derisi, emarginati, considerati diversi e in alcuni casi a dover pagare di persona per le proprie scelte.
Eppure Gesù è stato chiaro e queste conseguenze le ha chiamate beatitudine, le ha indicate come fonte di gioia: «Beati voi quando vi perseguiteranno, vi insulteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi ed esultate… ». È una beatitudine dura da capire e da vivere perché la persecuzione ci porta proprio dentro l’esperienza umana più relativizzante di tutte: quando rischiamo di perdere tutto, persino la cosa più preziosa che è la vita, tutte le altre cose non contano più, appaiono nella loro marginalità e relatività, perché lo sguardo e il cuore si devono per forza appoggiare sull’unica cosa che conta. E il martire ci testimonia in maniera altissima che l’unica cosa che conta è la roccia salda che è Cristo, è la fedeltà a Lui, perché Lui è la Speranza che non delude quando tutte le speranze umane si perdono. Non perché tolga miracolosamente il martire dalla morte che l’uomo gli dà, ma perché lo salva dalla fine di tutto e lo fa passare dalle tenebre della morte alla gioia della Vita nuova in Lui.
Per questo tutta la tradizione della Chiesa ci indica il martire come il primo dei santi; lui è il vero discepolo che arriva fino alla fine nel seguire il Cristo e diventa Cristo stesso nel momento della morte, imitandone le parole, i gesti, l’amore.
Santo Stefano, negli Atti degli Apostoli, muore con le parole di Gesù sulle labbra. Policarpo, come abbiamo visto, rivive nei suoi ultimi giorni tanti piccoli particolari della passione di Gesù. Ignazio di Antiochia dice di voler essere pane spezzato e quindi dono come Gesù per il mondo.
Il martirio rende simili a Cristo e per questo essere cristiano, ed essere martire, diventa una nuova identità, che supera le differenze di genere, di ceto sociale, di età, di professione. A Lione, negli stessi anni di Policarpo, c’è la grande persecuzione in cui muore il vescovo Potino (che dovrebbe essere uno dei tre vescovi ritratti sotto la statua di Policarpo in questa chiesa). Potino ha 90 anni, ma con lui ci sono la giovane schiava Blandina e la sua padrona, e molti altri, diversi tra loro eppure accomunati dalla testimonianza fino alla morte. Blandina è descritta fragile per costituzione e non particolarmente bella, eppure sulla croce viene vista dai presenti come l’immagine di Cristo stesso. O pensiamo alla nobile Perpetua e la schiava Felicita a Cartagine; alla giovanissima Agnese e al pretoriano Sebastiano a Roma, l’una ragazza adolescente, l’altro valente soldato; pensiamo al filosofo Giustino e ai molti illetterati, ai gruppi di martiri fatti di uomini e donne come quelli di Scilli, Abitene, Sebaste e molte altre città… Ciò che li accomuna, l’unica identità che conta è: Christianus sum, christiana sum.
La dichiarazione di fede nell’unico Dio, la sequela di Gesù risorto e salvatore, si pone in contrasto con la visione dell’impero che chiede altre idolatrie. Questo fa sì che per ogni uomo e per ogni donna conti solo la nuova cittadinanza, la nuova identità: Sono cristiano. A Pergamo, qui vicino, abbiamo la testimonianza antica del martirio di Carpo, il quale quando viene interrogato sul suo nome afferma: «il mio primo e più importante nome è cristiano, ma se chiedi il mio nome nel mondo è Carpo»; e di uno dei martiri di Lione si dice: «questo e soltanto questo dichiarava, sono cristiano, al posto del nome, della cittadinanza e della stirpe».
Tutto il resto, ciò che è storia e biografia, rimane ma è relativizzato, perché nel momento culminate della vita conta solo a chi appartieni e questo ti permette di proseguire il viaggio verso la vera Vita.
Il linguaggio con cui è descritto il martirio tiene insieme gli opposti, capovolgendo le nostre idee: la sconfitta, cioè la morte, è in realtà una vittoria; gli anziani deboli, come Policarpo e Potino, e le giovani fanciulle, sono nobili atleti che danno prova di potenza; l’esito della loro fine è il trionfo, la corona, le nozze, e ciò che agli occhi dei pagani appare come morte irrazionale, per i cristiani è la vera vita. Il martire è concentrato sulla vita che lo aspetta, ritratto con gli occhi al cielo e le sue parole riguardano la vita eterna, va verso il suo Signore sereno e felice come una sposa che si prepara alle nozze.
Tutto questo è un modo per farci capire come Cristo ribalta la nostra idea su ciò che realmente conta.
Ed è così… spesso è proprio il dolore, la persecuzione, la paura, il non senso del male che ci portano a fare i conti con noi stessi e la vita, che ci pongono le domande fondamentali, che ci mettono in crisi e ci chiedono di andare ancora più a fondo nello scegliere Cristo, la sua giustizia, la sua misericordia. Sono le difficoltà che ci chiedono che cosa davvero conta per noi e cosa siamo disposti a perdere per testimoniare Cristo, il suo Vangelo, il suo amore.
Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio, ci dice san Paolo. Nelle difficoltà che ci mettono al muro vien fuori la verità di noi, che cosa veramente crediamo, speriamo ed amiamo. Nelle parole e nelle azioni che diciamo e realizziamo, questo diventa chiaro a noi stessi e agli altri, per farci comprendere su cosa possiamo appoggiarci e cosa invece è effimero, debole e passeggero.
Prima di ripartire, prima di ricominciare, spesso su strade che non conosciamo, lo sguardo rivolto ai martiri, e al nostro Policarpo, ci può aiutare a distinguere l’essenziale da ciò che passa, a ricordarci qual è la meta, qual è il premio e la corona del nostro cammino cristiano; ci ricorda che Cristo rimane la via, la verità e la vita.
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Per la risurrezione nella vita eterna (Martirio di Policarpo 14,2)
Testo biblico: Rom 6, 3-11
Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è liberato dal peccato.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Testo patristico: Martirio 13,3-14,2
Subito dunque attorno a lui fu posto l’occorrente utile al rogo. E mentre quelli stavano anche per inchiodarlo, disse: «Lasciatemi così; colui che mi dà il fuoco da sopportare, concederà anche che resista inflessibile sul rogo senza la sicurezza data dai vostri chiodi».
Quelli non lo inchiodarono, ma lo legarono. Egli con le mani dietro e legato, come capro scelto da un pingue gregge per l’offerta, preparato quale gradito olocausto a Dio, volgendo lo sguardo al cielo, pregò: «Signore Dio onnipotente, padre dell’amato e benedetto Figlio tuo Gesù Cristo, per mezzo del quale abbiamo ricevuto la conoscenza di te; Dio degli angeli e delle potenze e di tutto il creato e di tutta la stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto.
Ti benedico, perché mi hai ritenuto degno di questo giorno e di questa ora, di prendere parte nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione nella vita eterna dell’anima e del corpo nell’incorruttibilità dello Spirito santo. Tra di loro sia accolto al tuo cospetto oggi in sacrificio pingue e gradito, come tu hai predisposto, premanifestato e compiuto, Dio senza menzogna e veritiero.
A motivo di ciò e per ogni altra cosa ti lodo, ti benedico, ti glorifico per mezzo dell’eterno e celeste sommo sacerdote Gesù Cristo, tuo amato figlio, per mezzo del quale a te con lui e lo Spirito santo gloria ora e nei secoli futuri. Amen».
Meditazione
In quest’ultimo giorno ci confrontiamo con l’ultima preghiera di Policarpo prima della sua morte. Policarpo è legato, ormai vicino alla morte, come rappresentato qui sopra alla mia sinistra, e di nuovo prega. L’avevamo già trovato in preghiera l’altro ieri, al momento dell’arresto, e ne approfitto per correggermi, perché la rappresentazione della sua preghiera, in piedi, tra i soldati, non è qui nella navata, ma sul presbiterio, dietro di me a sinistra.
L’ultima preghiera di Policarpo è bella e ben strutturata, quasi un’anafora eucaristica, in cui il martire benedice il Padre per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo e si unisce all’offerta del Figlio, pronto a comparire di fronte al suo Dio professando con solennità la sua fede nella risurrezione e nella vita eterna dell’anima e del corpo, donata dallo Spirito santo. E alla fine eleva la sua lode alla Trinità, come si conclude ogni discorso, ogni preghiera e, come in questo caso, ogni vita.
Il martire, legato, è la vittima sacrificale, l’agnello pasquale, ma nello stesso tempo è anche sacerdote perché lui stesso pronuncia la preghiera di offerta e eleva il ringraziamento e la glorificazione alla Trinità. Policarpo, a nome di tutti i martiri, dichiara che ogni martirio è partecipazione reale e non figurata alla passione di Gesù, è unirsi al calice del suo sangue, è donarsi con lui al Padre per la salvezza del mondo. Dio, ci dice Policarpo, va solo benedetto, lodato, glorificato, e anche il martirio è dono suo, non soltanto gli 86 lunghi anni… Questa preghiera del primo testimone-martire diventa la preghiera modello di ogni martire, dei molti troppi martiri che la storia della Chiesa ha conosciuto e conosce.
Non ogni morte è martirio, perché non è la pena a fare il martire, è la causa, ci ricorda Agostino commentando i tre crocifissi sul Golgota, condannati alla stessa pena eppure destinati a diverso futuro. E non è l’audacia nell’affrontare la morte, ma la fede nella risurrezione a fare del condannato un martire cristiano. Non c’è vita cristiana, non c’è morte cristiana senza questa fede che dà senso ad entrambe.
Già Paolo, all’areopago di Atene, si era accorto come è la fede nella risurrezione la vera differenza cristiana, ciò su cui sta o cade la fede in Cristo. I saggi greci lo avevano ascoltato volentieri, mentre parlava di un Dio Creatore e Provvidente, ma quando aveva annunciato la risurrezione di Cristo si erano tirati indietro: lì non potevano seguirlo, lì davvero si può arrivare solo se si sceglie di credere in Lui. E nelle sue lettere Paolo è chiaro: se Cristo è risorto anche noi risorgeremo, se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e la nostra speranza, abbiamo creduto invano!
La morte è sempre mistero e sempre dolore, spezza i legami, zittisce le voci, ci lascia sgomenti… ma noi cristiani quale parola abbiamo da dire sulla morte? Solo parole di consolazione, di calda umanità (che sono comunque sempre opportune e necessarie) o parole che dicano – davvero, non solo nelle preghiere della liturgia – che noi crediamo “nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà”?
Agostino ci suggerisce di cantare l’Alleluia pasquale ad ogni passo, di cantarlo soprattutto nei passaggi difficili, quando si è stanchi, quando la speranza comincia a cedere. Questo fa sì che possiamo camminare già da risorti, nella speranza, qui su questa terra… “Canta e cammina”, ci dice, “Canta l’Alleluia e cammina”, sii consapevole di qual è il senso della vita cristiana: cantare il primato di Cristo Risorto nella nostra vita e nella storia del mondo, gettare semi di speranza perché la sua vittoria sul male e sulla morte sarà definitiva nell’eternità, ma è già realizzata su questa terra dalla Pasqua di Cristo e si manifesta nelle tracce di vita e risurrezione che crediamo e viviamo.
Il canto dell’Alleluia, ritornello pasquale, il canto di lode e benedizione di Policarpo, ci dicono che i nostri passi di oggi sono passi di speranza, anche nelle difficoltà e nelle preoccupazioni, sono passi di salvati. Questo è lo “scandalo” della fede cristiana che ci fa lodare il Dio della vita proprio mentre sperimentiamo la morte, come Policarpo, ed è questo che ci fa camminare con il canto nuovo dei redenti sulle labbra. Ma questo è possibile solo se rimettiamo al centro Cristo, se riconosciamo che è Cristo che dà senso alla storia della salvezza e che rende noi storia di salvezza per il piccolo frammento di questo eterno in cui viviamo, perché Lui è risorto.
A volte non sappiamo dire, non sappiamo testimoniare questa fede nella risurrezione, come invece ha fatto Policarpo. Abbiamo quasi paura, o pudore, a dire che “la speranza non delude”, come ci ha ricordato il Giubileo appena trascorso citando la Lettera di san Paolo ai Romani, ma forse perché pensiamo che la speranza siano le piccole o grandi speranze umane, anche quelle più nobili e giuste, e quelle spesso vengono deluse… mentre è Cristo, solo lui, la Speranza che non delude, e questo annuncio, bellissimo, è il nostro tesoro, reso certo dalla Pasqua di risurrezione che presto di nuovo celebreremo.
Nel Battesimo viviamo proprio l’unione tra la morte e la vita; il fonte, dicono i Padri, è tomba e grembo dove siamo sepolti con Cristo e rinasciamo con Cristo. Nel battesimo diventiamo figli di Dio, ha inizio per noi un percorso verso la Vita, uniti a Colui che questo percorso l’ha già compiuto, Lui è il Capo e noi siamo il corpo e per questo siamo destinati alla sua stessa meta di Vita. È come un labirinto, dice Gregorio di Nissa, dove Cristo ha già trovato l’uscita, e a noi non rimane che seguirlo, rimanere attaccati a lui con la vita cristiana, consapevoli di essere già parte di lui con il Battesimo e che è dunque certa la nostra salvezza.
Oggi è domenica, abbiamo celebrato l’Eucaristia, Pasqua settimanale dove siamo condotti dentro l’esperienza di Pasqua del Signore. E domani la celebreremo in onore dal santo martire Policarpo. Sarà il modo più bello per dire la nostra fede nella risurrezione di Cristo, come ha fatto lui unendosi all’offerta del suo Signore.
L’Eucaristia è il luogo dove si mantengono nel rito l’elemento del ricordo e dell’attesa, è sacrificio e banchetto nuziale, è partecipazione al Pane di vita e comunione tra noi, è forza per il cammino di ogni giorno, è presenza reale e anticipazione di ciò che attendiamo. Nella Pasqua annuale che vivremo in conclusione di questa quaresima appena iniziata, tutto questo diventa ancora più visibile, più concreto. L’Eucaristia, lo sappiamo, è il centro della celebrazione pasquale, la sintesi di ciò che è avvenuto, avviene, avverrà. Quella salvezza che Cristo ci ha conquistato e che attendiamo avviene sacramentalmente per la comunità riunita e ne siamo resi partecipi. Siamo donne e uomini della Pasqua se sappiamo risvegliare la memoria e l’attesa del Signore, se siamo portatori e testimoni della fede in lui, della speranza in lui, del suo amore. Come ha fatto con la parola e la vita il nostro Policarpo.
Il nostro percorso di questa novena, è così concluso, con la professione di fede nella Risurrezione. Io ringrazio di cuore il vescovo Martin per questo invito, Tatiana che ha condiviso con me questa bella esperienza e tutti voi, per la vostra presenza, ascolto attento e soprattutto per la vostra testimonianza di fede. Noi partiamo domani mattina, ma nella fede e nella preghiera siamo unite nella celebrazione di questo santo martire che in questi giorni è diventato sempre più anche nostro. Questo è il bello di essere Chiesa, in ogni parte del mondo.
San Policarpo ci accompagni e ci assista e ci doni di testimoniare ogni giorno la nostra fede. Come dice il suo nome, moltiplichi il frutto del nostro agire cristiano, nell’impegno di seminare il bene. Sancte Policarpe, ora pro nobis.
E a Cristo Gesù Risorto la gloria e l’onore nei secoli, Amen.


